African Party 2019 – Noi c’eravamo

African Party 2019 – Noi c’eravamo

“Poi il Signore apparve a lui [Abramo] alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo».

Genesi 18, 1-15

L’episodio che vede Abramo accogliere i tre visitatori alle querce di Mamre, è diventato emblematico del tema dell’ospitalità e della gratuità con cui siamo tenuti anche noi ad accogliere i forestieri e gli stranieri senza pregiudizi e senza riserve. Chissà quante volte molti di voi lo avranno ascoltato in chiesa. Parola di Dio.

Ma la verità è che viviamo tempi bastardi, e tutte le parole hanno perso il loro peso specifico, il loro ruolo, la parola di Dio come quella di chiunque. Quando poi queste parole escono dalle bocche istituzionali, da figure che dovrebbero guidare, essere un riferimento… la miseria di questi tempi diventa scoraggiante.

E ci ritroviamo con pastori del signore che in barba alla parola dell’antico e nuovo testamento foraggiano il loro gregge di pecore nere con l’odio e l’ignoranza salvo poi aggiudicarsi appalti milionari.
O con ministri dell’interno novelli Fregoli che tra una sfilata e un selfie usano la parola scritta sui social come un flauto magico per attirare a sè un esercito di haters, di “odiatori” che appagano la loro frustrazione ritenendosi superiori per diritto di nascita.
E poi ci sono anche le parole non dette, quelle del “silenzio assordante” di chi pur potendo ( e dovendo ), deliberatamente decide di non esporsi.

Ed è un silenzio grave perché noi tarantini siamo un popolo di migranti. Da anni in più di centomila siamo stipati su un barcone cercando di lasciarci alle spalle una storia fatta di sfruttamento della terra e dell’uomo, di malattia e inquinamento. E anche a noi l’accoglienza in un futuro migliore ci è stata RIFIUTATA, NEGATA a colpi di decreto e di bugie elettorali e ci ritroviamo perennemente tra i miasmi di un mare in tempesta.

Ecco perché questa piazza è importante, perché i nostri sono occhi di gente che non si arrende, di gente che non fa nessuna distinzione tra il figlio o il nipote che parte per cercare lavoro all’estero con il biglietto dell’aereo pagato dalla nonna e il caciocavallo nella valigia e il disperato che si infila su un barcone semiaffondato già alla partenza perché anche 5 minuti di speranza sono mille volte meglio della certezza di una vita di sofferenza.

Non è il luogo di nascita che fa di te un uomo migliore.
Non è il tuo credo, la lingua che parli o il colore della tua pelle
E, sopratutto, non è Una divisa.